Da alcuni giorni nel mondo dell’arte si parla della statua di Indro Montanelli a Milano, imbrattata da soggetti ignoti, e della statua di Edward Colston, abbattuta a Bristol. Se ne parla perché pur essendo monumenti e non opere d’arte sono parte della sfera dei beni artistici curati dai restauratori, che in entrambi i casi dovranno mettersi al lavoro.

Nella mia formazione, la parola fondamentale è storia. Io vorrei essere una storica dell’arte, e quindi vorrei analizzare le due opere per il loro valore storico artistico.

Ovviamente questa ambiziosa visione perennemente razionale non è possibile. Però, leggendo la proposta di Banksy per cui la statua di Colston doveva essere affiancata da coloro che l’avevano fatta cadere, quindi lasciando un’evidenza della volontà dei manifestanti, la mia domanda pensando al caso italiano è stata: “Ma la restaureranno?”. La statua non ha grande valore artistico, è giusto portarla al suo stato originario?

Mi è venuto in mente lo spunto per questo articolo, cioè tre opere famose (più una) nella storia dell’arte che qualcuno ha deturpato per un motivo o per l’altro e che successivamente sono state restaurate, anzi per meglio dire, riparate.

Il giorno di Pentecoste del 1972, László Tóth, geologo residente in Australia, si recò all’interno della basilica di San Pietro con intento bellicoso. Si avvicinò (e ancora oggi ci si chiede come abbia fatto ad avvicinarsi così tanto) alla Pietà michelangiolesca, e con un martello colpì la bianca statua. Gelo. Pur avendolo fermato dopo pochi colpi, alla povera Vergine Maria mancava un braccio e il naso. Potrei quindi raccontarvi, per sottolineare la follia dell’uomo, che l’azione era accompagnata dal grido “I am Jesus Christ, risen from the death!”

In questo caso, i restauratori si misero all’opera e “incollarono” più di cinquanta frammenti, di cui alcuni sono stati ritrovati mesi dopo, poiché un turista poco sveglio ne aveva messi alcuni in tasca per portare un souvenir dell’evento a casa. Eh sì, c’è chi si prende la sfera di cristallo con la neve finta e San Pietro sproporzionata all’interno, e chi invece decide che frammenti di marmo di Carrara lavorati da Michelangelo Buonarroti vadano meglio per la sua umile dimora.

Il dibattito era: lasciamo trasparire questo evento increscioso, che per i canonici della basilica e anche per tutti coloro che amano l’arte è stato come un lutto, oppure cerchiamo di ripararlo al meglio delle nostre capacità? Dopo nove mesi di un restauro minuziosissimo diretto dal Direttore dei Musei Vaticani, la statua tornò al suo candido splendore e László Tóth fu dichiarato infermo di mente. Se non fosse per la stranezza della storia, nessuno saprebbe di questo straordinario evento, poiché solo un occhio esperto riesce a notare le piccolissime differenze dettate dal restauro.

Laszlo T portato via dalla Pietà

Marc Rothko, nel 1950, ebbe un’importante commissione dall’hotel Four Seasons di New York: quattro tele di dimensioni imponenti da esporre nella loro sala da pranzo. Una di queste tele “Black on Maroon” del 1958, per volontà dell’artista, finì alla Tate Modern di Londra.

Durante il pomeriggio del 7 ottobre 2012, Vladimir Umanets, artista russo, si avvicina all’opera e di fronte agli occhi esterrefatti di un visitatore estrae dalla tasca dei pantaloni un pennarello indelebile, scrivendo una dedica nell’angolo in basso a destra della tela. Il testimone posta subito una foto su Twitter. Non so cosa avrei dato per essere presente alla scena, che evoca in me la versione fantozziana di Byron che si firma sulla colonna del Tempio di Poseidone a capo Sunio. Ora l’opera recava scritto: “Vladimir Umanets ’12: a potential piece of yellowism”, e l’artista dichiara che questo gesto è il primo gesto del suo movimento “Yellowism”.

A suo “modesto” parere, riprendendo la tradizione dadaista e surrealista di Duchamp, aveva reso sua un’opera che prima non aveva lo stesso valore. Pur citando il prestigioso predecessore, l’azione continua a non avere senso, ma pare una brutta copia eseguita in tempi totalmente diversi. Conscio che sarebbe stato arrestato e processato, a lui premeva non passare per un deturpatore qualunque, ma come colui che aveva aumentato il valore all’opera.

Ora la tela è stata restaurata, anzi la Tate ha caricato un bellissimo video, “Restoring Rotchko” dove spiega passaggio per passaggio come i restauratori sono riusciti a cancellare questo atto di vandalismo.

Nel 2007 viene attentata la vita della Fontana di Trevi. Un artista post – futurista (potremmo fermarci a scrivere un poema solo su queste tre parole) decide di versare un secchio di colorante rosso all’interno della vasca della fontana più famosa del mondo. Vandalismo? Performance artistica? Sicuramente è stato esaltante per i moltissimi spettatori, ma non vorrei mai essere nei panni di un qualsiasi restauratore che sa quanto è poroso il materiale della fontana, e quindi quanto facilmente si possa deturpare indelebilmente. In questo caso non è successo nulla di grave, se non i moltissimi soldi pubblici spesi per pulire tutto il colorante con grande minuzia. Nel 2017, l’azione è stata ripetuta e filmata dallo stesso artista e poi pubblicata sui suoi social.

A Roma inoltre vorrei ricordare la Barcaccia del Bernini, rovinata per sempre da alcuni tifosi del Feyenoord il 19 febbraio 2015. Al contrario dei tre avvenimenti di cui vi ho parlato qui sopra, nessuno di questi criminali è stato processato per danneggiamento di opera d’arte. L’opera era stata addirittura appena restaurata, quindi parlando di vile denaro: un sacco di soldi pubblici sprecati

È giusto quindi restaurare un’opera se danneggiata? È meglio far trasparire il racconto storico oppure riportarlo all’originario splendore?

Questo è un dibattito ancora acceso nel mondo dell’arte, ma si cerca sempre di fare in modo che le azioni restaurative siano visibili e distinte dal resto dell’opera, favorendo l’unità estetica della stessa. Favorire la narrazione di azioni più o meno intenzionali, a volte artistiche e provocatorie, a mio parere non è giustificabile, ed è quindi giusto che non vengano evidenziate.

Dipende, però, tutto dalla qualità dell’opera che abbiamo di fronte, e soprattutto del perché l’opera è stata deturpata. Bisogna agire come gli esperti ritengono necessario ma anche come il pubblico ritiene corretto, perché un’opera è sempre una rappresentazione storica e chi ne è protagonista diventa un simbolo.