‘Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.
Il bene sovente, rimane sepolto con le sue ossa… e sia così di Cesare.’

Queste parole pronunciava nel celeberrimo monologo shakespeariano Marco Antonio, sul feretro del triumviro. Ironia della sorte fu proprio il bene di Marco Antonio a rimanere sepolto con le sue ossa; fu proprio lui il primo romano ad essere colpito dalla damnatio memoriae, la pena destinata agli ‘hostes’, i nemici di Roma.

In una prima fase essa consisteva nell’ abolitio nominis, ovvero nello sfregio dei ritratti presenti sulle monete e in cauda venenum, l’abbattimento delle statue e dei monumenti onorari a lui dedicati; successivamente nella
‘rescissio actorum’, la distruzione totale delle opere realizzate dal condannato. Se però in Età repubblicana essa doveva essere approvata dal Senato, con la generazione degli Zoomers è avvenuto un capovolgimento, prima la distruzione delle statue e dei monumenti onorari, e poi la ricerca del consenso democratico.

Sull’onda delle manifestazioni di Black Lives Matter (BLM), in Belgio, proprio qualche giorno fa, è stata danneggiata una statua, cancellato il nome inciso su di essa e sostituito con la scritta ‘krapuul’, un francesismo che significa ‘feccia’. Indovinate chi era il soggetto di quella statua? Proprio Giulio Cesare. Un climax ascendente che passa dalle 23 coltellate del 15 marzo del 44 a.C. , al Giulio Cesare di William Shakespeare del 1599 per poi culminare nella designazione della sua poliedrica personalità con l’espressione ‘feccia’. E se prima un’azione di questo tipo sarebbe stata considerata un atto vandalico, oggi è visto come un atto eticamente dovuto. Non è però solo Giulio Cesare ad essere attaccato; paradossalmente anche chi di lui, aveva parlato. Shakespeare.

Negli ultimi anni una parte delle sue opere sono state eliminate dai piani di studio di alcune università americane, perché considerate scorrette. E non è il solo; scorretti sono stati considerati anche altri capolavori come le Baccanti di Euripide e le Supplici di Eschilo, la cui messa in scena, lo scorso anno, è stata bloccata alla Sorbona dopo le proteste di un gruppo di studenti di un’associazione antirazzista, il quale lamentava che queste opere incitassero e diffondessero odio. Il motto maoista “Senza distruzione non c’è costruzione”, che sembra tanto incarnare per certi aspetti la ratio dell’epurazione storica che stiamo vivendo, ci fa ricordare l’iconoclastia della prima fase della Rivoluzione Culturale, dove le ‘guardie rosse’ ovvero gli studenti universitari delle scuole superiori dovevano distruggere i ‘quattro vecchi’: vecchi pensieri, vecchi costumi, vecchia cultura e vecchia morale. La stessa architettura venne, durante quel periodo, sottoposta a demolizione, i classici della letteratura bruciati, e gli antichi dipinti distrutti. Una sorta di ‘rescissio actorum’. Vi è un filo conduttore tra quanto accaduto in passato e ciò che sta accadendo ora negli USA e in Europa?

Come spiegare l’odierna iconoclastia che vuole abbattere, con le loro vestigia, a distanza di lustri e a volte secoli, e non dunque ‘a caldo’ come per i regimi appena caduti, le statue di Cristoforo Colombo, Robert Milligan, Jefferson Davis, Leopoldo II del Belgio, Edward Colston, Winston Churchill, Cecil Rhodes, del corsaro Francis Drake, e dell’ammiraglio Orazio Nelson? Ha senso rimuovere le statue di personaggi della Confederazione del Sud da Capitol Hill, quelle dedicate a Mahatma Gandhi e cambiare i nomi delle basi militari?
Se la motivazione sottostante che legittima la distruzione delle statue e dei monumenti è semplicemente il fatto che esse rappresentino qualcosa o qualcuno che in un passato remoto ha arrecato dolore e morte, allora la maggior parte delle statue, dei monumenti e delle opere d’arte che oggi consideriamo patrimonio dell’umanità, inteso come ricchezza, diventerebbero il ‘fardello della vergogna’ dell’umanità.

Secondo la Speaker democratica, Nancy Pelosi, queste statue sono dei tributi all’odio, quando invece ‘dovrebbero rappresentare i più alti ideali degli americani, esprimere quello che siamo e quello che aspiriamo ad essere come nazione.’ L’evoluzione del senso morale presuppone necessariamente la cancellazione di quello passato, che esso si incarni in una statua, piuttosto che in un libro o in un quadro? Chi o cosa sarà il prossimo a non rispettare questo imperativo categorico sarà anche lui oggetto di censura? In realtà, non c’è solo la semplice eliminazione fisica dell’oggetto materiale ma anche il disconoscimento, l’annullamento e l’omicidio di quello che rappresentava nel suo tempo.

Dire che abbattendo una statua non si cancella la storia è falso: se la statua rappresenta la storia, e quella storia non ci piace, cancelliamo sì la statua, ma chi racconterà allora la storia? Un libro. E se non ci piace la storia di quel libro e lo distruggiamo chi la racconterà? Un dipinto, e così via. Ecco un uroboro! V’è da chiedersi se seguendo questa logica, anche ciò che oggi è rappresentativo dei nostri modi di pensare verrà distrutto in un futuro più o meno prossimo perché i valori che esprime saranno stati sostituiti da altri. Saremo considerati anche noi ‘rozzi razzisti’? Esiste un principio, il Principio di autoconsistenza di Novikov, una soluzione ai paradossi dei viaggi del tempo, il quale afferma che il passato è immutabile. Esso tenta di rispondere al paradosso del nonno: nel caso in cui il nipote torni nel passato con una macchina del tempo per uccidere il nonno si creerebbe una contraddizione perché se il nonno morisse, il nipote non nascerebbe e non potrebbe tornare nel passato e ucciderlo. Allo stesso modo noi non possiamo cambiare, occultare, revisionare il passato, la storia, perché così facendo moriremo.

Stiamo puntando il dito verso il passato, ma ci stiamo realmente interessando del presente? Che beneficio pratico, tangibile ne traggono coloro che in questo momento vedono violati i propri diritti? Hanno essi sete di teste di marmo decapitate?

“Every record has been destroyed or falsified, every book rewritten, every picture has been repainted, every statue and street building has been renamed, every date has been altered. History has stopped.”
1984, Orwell.

Autrice: Anna Lia Maria Soddu